IN MEMORIA DI AGOTA

•July 28, 2011 • Leave a Comment

Una sera d’estate, una Milano dal cielo blu cobalto. L’ora delle farfalle direbbe la donna che mi ha lasciato le sue impronte digitali sul cuore. Corro sull’asfalto ammorbidito dal sole dopo aver fatto un colloquio per un posto da ricercatrice. Un sogno troppo grande per poterlo abbracciare. Corro, non posso arrivare in ritardo in quel teatro. Ma il tempo gioca contro di me, questa è forse la lezione più importante che la Vita ha scritto sulla lavagna usando come gesso i frantumi delle sue stesse ossa. Il tempo è la risorsa più preziosa e la più scarsa che abbiamo.

Corro, una corsa irrefrenabile: hai fatto ritardare l’inizio dello spettacolo. Trilogia della signora K, di Agota Kristof. Come tu abbia fatto non l’ho mai saputo, non è l’unica cosa. Fa parte della tua capacità di creare poesia, di traformare un cielo grigio in una coperta sotto cui scaldarsi, di trasformare pioggia in lacrime di Dio.

Il teatro odora di polvere, il mio cuore che ancora cerca di rincorrermi, o forse mi ha trovato.

Davanti a me un’Agota bambina con il sogno di diventare scrittrice che si ritrova analfabeta in un paese ostile. Lei che sradicata dalla sua terra madre, l’Ungheria, si ritrova in Svizzera ed è costretta ad imparare una nuova lingua per difendere il suo bisogno di nutrirsi di parole. Un violino genera note che sembrano piangere la sua fatica insieme a lei. Ma la sua passione è più forte e lei ce la farà.

E lei ce l’ha fatta.

La scena cambia e troviamo una donna.

Malata.

Mutilata dei suoi sensi: la vista e l’udito.

Mutilata del senso della sua vita.

L’uomo che ha sposato l’ha chiusa in una gabbia, ma lei resiste. Lei esiste. Finché avrà voce.

Agota ci ha lasciato, lei che diceva che il luogo ideale per dormire è la tomba di una persona amata.

E allora permettimi di sdraiarmi sulla tua tomba.

COMING BACK SOON

•June 8, 2011 • Leave a Comment

… Because nobody can die before saying everything

SLEGATI A ME

•May 12, 2011 • 3 Comments

Pensavo che desiderare fosse esistere. Pensavo che il desiderio fosse un motore che mi permettesse di vincere l’inerzia dell’equilibrio. Che fosse una spinta in direzione della vita.

Pensavo. Ora non più.

Ho capito quanto il desiderio sia intrinsecamente legato ad una mancanza. Quindi se desidero sono mancante e dunque imperfetta. Ma io ho deciso di essere perfetta.

Per te.

Mi hai portato nella nostra casa. Mi tenevi in braccio. Mi hai bendato perché doveva essere una sorpresa e siccome ogni giorno sarà una sorpresa non ho più tolto le bende dagli occhi.

La nostra casa non ha muri, ma delle pertiche che arrivano a toccare l’universo, me lo hai detto tu. E infatti li posso toccare questi cilindri gelidi ma non ho mai pensato di arrampicarmi per arrivare al cielo. Perché dovrei? Qui ho tutto quello di cui ho bisogno. Me lo hai detto tu.

Attaccato a una delle pertiche c’è un lucchetto chiuso. È il simbolo del nostro amore. Lo hai costruito tu. Mi hai detto che il mio compito è quello di controllare che rimanga sempre inviolato. Il mio compito è difendere il nostro amore. Da chi?

Un impulso irreprimibile si impossessa di me e inizio a ballare, con il volto rivolto verso il cielo, le braccia tese, i piedi nudi che rimescolano la terra. Vorrei gridare il mio richiamo primordiale alla vita ma non voglio svegliarti anima mia. Chi sei Ombra che ti insinui contro il mio corpo in questa danza frenetica di istinti? Il tuo petto contro il mio, i muscoli delle tue gambe che mi afferrano, le tue dita che scavano la mia pelle. Cerco di divincolarmi ma più indietreggio più ti sento entrare con forza dentro il mio corpo. È per farmi nascere che mi stai fecondando?

Scivolo. Le mie scapole sbattono contro il metallo, la mia carne si impasta alle ossa. Mi aggrappo alle sbarre di ferro, le mani risalgono ma afferrano un cartello rivolto verso l’esterno. Lo giro.

ESEMPLARE CRESCIUTO IN CATTIVITÀ

ANATOMIA DELL’OMBRA

•April 27, 2011 • 3 Comments

Sai cos’é la notte?

La notte è il terreno su cui appoggio i piedi nudi danzando con l’altra me fuori di me.

E chi sarebbe quest’altra te?

Lei è quella che sarò, quella che avrà realizzato i miei sogni, quella che avrà fatto l’amore con la morte concependo la vita.

No. La notte è il cono d’ombra della terra irradiata dal sole. Così come ogni corpo colpito dalla luce proietta un’ombra, l’ombra della terra è la notte. Ogni notte.

Allora questo significa che l’ombra può essere uno strumento di conoscenza. Che dobbiamo accettarla e accoglierla per poter ammirare le stelle. Che dobbiamo permetterle di scavare con le unghie nella nostra carne e farla strimpellare con le dita insanguinate sulle corde tese della nostra anima.

Sai come si misura la luce?

Con un elettrocardiografo. La luce è la pulsazione del tuo cuore. Ogni battito è il lampo di un faro che mi guida in mezzo all’oceano. Si eccomi laggiù. Mi vedi? Sono quella barca di legno con le vele strappate, carica di sogni che si stanno bagnando. E i sogni non vanno mai fatti bagnare che le gocce salate ne ustionano la pelle.

No. La luce finché viaggia è invisibile. Per misurarla bisogna ucciderla. Ha bisogno di un corpo su cui morire. Io ho scelto il tuo.


SCRIVERE PER IL GIAPPONE

•April 26, 2011 • 2 Comments

http://www.autoriperilgiappone.eu

E ogni lettera diventi una fibra nel processo di cicatrizzazione di questo Sole sanguinante

CERCARE UN RIFUGIO PER PERDERE LA MISURA DELLA LIBERTÀ

•April 10, 2011 • 2 Comments

Da soli abbiamo paura. Insieme con-viviamo con noi, le debolezze, le paure, i sogni.

E due arrivano alla morte naturale con il segno dell’eternità scolpito sul petto a sfidare la caducità dell’umanità senza fortuna.

IL CLOWN

•March 22, 2011 • Leave a Comment

Amo la tua pelle bianca. È così pura.

Davanti allo specchio. Apro un piccolo contenitore tondo. Prendo tra le dita la terra rossa, la spalmo sul viso. Ora la mia pelle non è più bianca. Guardami amore. Guarda questo rosso che si prende gioco del pallore della mia innocenza. Lo vedi? Lo vedi amore? No. Non lo vedi. Nei tuoi occhi è caduta la notte. Annuso il rossetto. Mi ricorda di quando giocavo a fare la donna. Quanto tempo è passato? Disegno due labbra molto grosse sopra le mie. Ora la mia bocca è grande e può contenere tutta la gioia del mondo. Prendo tra le mani la parrucca, passo le dita tra i riccioli. Uno a uno li sciolgo, come fossero ricordi che mi restano impigliati sulla pelle.

La tua eleganza è così.. così.. malinconica. Si. Malinconica. Ti fa assomigliare a un cigno.

Indosso una salopette a righe, così larga che non riesce a sfiorare il mio corpo nudo. Proprio come te, che nemmeno mi tocchi. Nelle tasche infilo stelle filanti. Saranno sentieri su cui Felicità potrà danzare per poi lanciarsi tra le vostre braccia. Infilo le scarpe, la punta delle dita a stento raggiunge la metà. C’è sempre un pezzo di vuoto davanti ai miei piedi. Ma quanto spazio occupa il vuoto?

Il modo in cui ridi è come un balsamo che lenisce ogni dolore

La mia casa sono le risate dei bambini. Quelle acute, con la lingua infilata nei vuoti lasciati dai denti caduti, quelle che ti fanno sentire il sapore del sole. Si. Il sole ha un sapore. E quelle risate le genero io. Faccio fare capriole alle mie parole, come un giocoliere lancio in aria sogni e voi incantati li osservate volteggiare. Senza mai cadere. Perché i sogni non toccano mai terra. Prendo tra le braccia Maia, la sollevo. Oggi è il suo compleanno. È piccola e tonda. Mangia tutto quello che le capita tra le mani. Ha fame d’amore e allora divora la vita fino a star male. Si mangerebbe anche i suoi genitori se ancora li avesse. Strappa la pallina rossa che è il mio naso finto e la lancia a terra con aria di sfida. Gli occhi come due fessure, i capelli ricci indomabili impastati di sudore. Vorrei dirle di stare tranquilla, che andrà meglio. Vorrei.

Amo guardarti danzare

La festa è finita. Non bisognerebbe mai aspettare la fine per andarsene. Torno verso casa sotto la pioggia. I bimbi dalla finestra mi guardano e salutano. Tutti tranne Maia che si sta arrampicando sulle tende. Mi metto a ballare con il viso rivolto verso il cielo e le braccia tese. Tese come ogni muscolo del mio corpo. Le fibre del mio cuore sono le corde del violino con cui stai suonando la marcia che accompagna il tuo funerale. Il trucco dagli occhi mi cola sul viso come graffi che squarciano quel candore malcelato. No non sono lacrime. È pioggia. Non sono lacrime. Che salgono.


 
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