Una sera d’estate, una Milano dal cielo blu cobalto. L’ora delle farfalle direbbe la donna che mi ha lasciato le sue impronte digitali sul cuore. Corro sull’asfalto ammorbidito dal sole dopo aver fatto un colloquio per un posto da ricercatrice. Un sogno troppo grande per poterlo abbracciare. Corro, non posso arrivare in ritardo in quel teatro. Ma il tempo gioca contro di me, questa è forse la lezione più importante che la Vita ha scritto sulla lavagna usando come gesso i frantumi delle sue stesse ossa. Il tempo è la risorsa più preziosa e la più scarsa che abbiamo.
Corro, una corsa irrefrenabile: hai fatto ritardare l’inizio dello spettacolo. Trilogia della signora K, di Agota Kristof. Come tu abbia fatto non l’ho mai saputo, non è l’unica cosa. Fa parte della tua capacità di creare poesia, di traformare un cielo grigio in una coperta sotto cui scaldarsi, di trasformare pioggia in lacrime di Dio.
Il teatro odora di polvere, il mio cuore che ancora cerca di rincorrermi, o forse mi ha trovato.
Davanti a me un’Agota bambina con il sogno di diventare scrittrice che si ritrova analfabeta in un paese ostile. Lei che sradicata dalla sua terra madre, l’Ungheria, si ritrova in Svizzera ed è costretta ad imparare una nuova lingua per difendere il suo bisogno di nutrirsi di parole. Un violino genera note che sembrano piangere la sua fatica insieme a lei. Ma la sua passione è più forte e lei ce la farà.
E lei ce l’ha fatta.
La scena cambia e troviamo una donna.
Malata.
Mutilata dei suoi sensi: la vista e l’udito.
Mutilata del senso della sua vita.
L’uomo che ha sposato l’ha chiusa in una gabbia, ma lei resiste. Lei esiste. Finché avrà voce.
Agota ci ha lasciato, lei che diceva che il luogo ideale per dormire è la tomba di una persona amata.
E allora permettimi di sdraiarmi sulla tua tomba.



